Reggio Emilia
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Lun - Sab 9 - 19.30 | Dom Chiuso

Geologia di un padre

Negli ultimi dieci anni, Valerio Magrelli ha raccolto, su foglietti sparsi, appunti riguardanti il padre. Quando quest’ultimo muore, quei documenti diventano un materiale prezioso, «il bandolo canoro di un’infinita matassa di storie»: i viaggi in auto d’estate in giro per l’Italia; le avventure d’amore e morte durante la guerra; i desolati pomeriggi che l’uomo ormai maturo trascorre spingendo il genitore sul girello; il giorno in cui il figlio, armato di forbici, libera l’anziano febbricitante dal bozzolo del maglione; lo stupore di riconoscere, davanti allo specchio, un’espressione del viso che gli restituisce la ferrea legge dei vincoli genetici; gli abbracci, le risse, l’amore per Borromini o i folli scatti di rabbia.

Diviso in 83 capitoli (numero che corrisponde agli anni vissuti dal protagonista), il libro scava fra ricordi personali e storia patria, mentre la biografia sfuma nella paleontologia, se non nella geologia. L’enigmaticità di questo iroso anti-eroe, e insieme la sua infinita lontananza, suggeriscono infatti una possibile identificazione con i resti umani di origine preistorica trovati in Ciociaria, a Pofi – suo paese d’origine. Cosí narrando, Magrelli – orfano ad honorem e padre a sua volta – procrastina il congedo definitivo grazie al racconto, scegliendo la digressione per scendere ancora più in profondità nella vita del capostipite e mostrarne, oltre alle virtù, anche quei difetti che lo rendevano «un vecchio esacerbato e vulnerabile».

Ricorrendo al montaggio di elementi eterogenei (pagine di enciclopedia, versi, aneddoti, brandelli di giornale), Magrelli dà forma a un romanzo sui generis che rievoca un addio tanto doloroso quanto liberatorio: «Mentre scrivo queste righe, vedo davanti a me lo scatolone sigillato in cui ho riposto le agende dei suoi ultimi vent’anni. Le ho trovate qualche settimana fa durante un trasloco, ne ho sfogliate un paio e poi le ho messe via per mandarle in soffitta. Possibile che non sia curioso di leggerle? Sono sbalordito dalla mia mancanza di interesse, ma devo prenderne atto. Non mi importa nulla degli archivi e provo nausea per i documenti. L’unico documento sono io: la carta moschicida del ricordo».

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