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Premio Campiello 2018: i finalisti

Sono stati annunciati i finalisti del Premio Campiello 2018: si tratta di “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino, “La galassia dei dementi” di Ermanno Cavazzoni, “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek, Mio padre la rivoluzione” di Davide Orecchio e “Le vite potenziali” di Francesco Targhetta. Scopriteli con noi!

“Le assaggiatrici” di Rosella Postorino (pubblicato da Feltrinelli) racconta la storia di Rosa, una ragazza tedesca che nel 1943 si rifugia in un paese di campagna per sfuggire ai bombardamenti su Berlino, mentre il marito combatte sul fronte russo. Quel luogo si rivelerà ben presto troppo vicino al quartier generale di Hitler e Rosa, insieme ad altre donne, verrà arruolata forzatamente dalle SS per diventare un’assaggiatrice, incaricata di mangiare il cibo prima che lo faccia il Führer per verificare che non sia avvelenato. In un clima di terrore costante, fra Rosa e un ufficiale nazista si instaura nel frattempo un legame inaudito…

Tra i finalisti del Campiello 2018 c’è anche il reggiano Ermanno Cavazzoni col suo romanzo “La galassia dei dementi” (edito da La nave di Teseo). Siamo attorno all’anno 6.000: un’invasione aliena ha distrutto le città lasciando dietro solo rovine, la popolazione umana è decimata ed è rintanata in case simili a termitai. Sono sopravvissuti però i sistemi industriali costruiti nel sottosuolo che continuano a produrre robot intelligenti che provvedono a ogni cosa e vivono assieme agli esseri umani. La tecnologia è al potere: governa, gestisce, organizza. Gli uomini sono liberi da ogni occupazione e lasciati al lassismo, all’obesità, alle strane manie che li afferrano, vivendo in aree urbane desolate e deserte. Tra funamboliche citazioni mitologiche e vicissitudini spassose e deliranti, Ermanno Cavazzoni crea una distopia fantascientifica ironica, sfrenata e surreale.

“La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek (uscito per i tipi di Guanda) racconta invece la storia di Gerda Taro, la prima fotografa caduta su un campo di battaglia. Aveva 27 anni quando morì in Spagna, nel 1937, e il suo compagno era il famoso fotografo Robert Capa: erano partiti insieme per documentare il conflitto, ma la vita aveva in serbo per loro un destino diverso. Nel ricordo che, tra verità e finzione, fanno di lei gli amici, prendono vita le istantanee dei ragazzi degli anni Trenta alle prese con la crisi economica, l’ascesa del nazismo e l’ostilità verso i rifugiati, che in Francia colpiva soprattutto chi era ebreo e di sinistra, come loro.

“Mio padre la rivoluzione” di Davide Orecchio (pubblicato da Minimum Fax) è una raccolta di racconti, ritratti, biografie impossibili e reportage di viaggio attorno alla storia e al mito della Rivoluzione russa, dai protagonisti dell’ottobre 1917 (Lenin, Stalin e Trockij) a personaggi minori, ma non per questo meno affascinanti. Con uno stile originalissimo, Davide Orecchio lavora sulla storia con gli strumenti della letteratura, ne racconta versioni altre e ne esplora possibilità non accadute, creando una “controstoria” che diventa anche una guida per immaginare i futuri possibili.

Chiudiamo la nostra carrellata sui finalisti del Premio Campiello 2018 con “Le vite potenziali” di Francesco Targhetta (Mondadori). Alberto, Luciano e Giorgio sono tre giovani amici dal carattere molto diverso che lavorano nella stessa azienda informatica, la Albecom, fondata da Alberto. Mentre Luciano allaccia con Matilde, barista in una tavola calda, un’amicizia presto caricata di nuove speranze e Giorgio riceve una proposta sottobanco da un vecchio collega, le giornate dei tre amici si intrecciano in un groviglio di segreti e tradimenti che si dipana tra la provincia veneta e le città di mezza Europa e che li costringerà, infine, a compiere scelte sofferte e decisive.

Durante la proclamazione dei cinque finalisti, è stato come di consueto assegnato anche il Premio Campiello Opera Prima, assegnato al miglior debutto italiano dell’anno nell’ambito della narrativa: l’ha vinto Valerio Valentini con “Gli 80 di Camporammaglia” (edito da Laterza), la storia di una piccola e arcaica comunità abruzzese abbarbicata sull’Appennino, che vedrà sconvolto il proprio equilibrio dal terremoto del 2009, che costringerà tutti a mettere in discussione legami, destini e certezze, facendo entrare in paese la modernità così a lungo respinta. Valerio Valentini succede alla reggiana Francesca Manfredi, vincitrice nel 2017 con “Un buon posto dove stare”.

Per scoprire chi si aggiudicherà il Premio Campiello 2018 (vinto nel 2017 da Donatella Di Pietrantonio con “L’Arminuta”) occorre attendere il 15 settembre, quando il vincitore verrà proclamato durante la serata finale al Teatro La Fenice di Venezia.