Reggio Emilia
Via Emilia Santo Stefano, 3/D
Lun - Sab 9 - 19.30 | Gio 9 - 13 | Dom Chiuso

Intervista a Giuliano Pasini

In occasione dell’uscita del suo nuovo thriller “Io sono lo straniero”, Giuliano Pasini ci ha rilasciato un’intervista esclusiva

Un corposo “dietro le quinte” del suo secondo romanzo e un viaggio attraverso le sue passioni letterarie: il ritratto inedito di uno dei più promettenti giallisti italiani.

Dopo le vicende di Case Rosse (narrate in “Venti corpi nella neve”), come se l’è passata in quest’ultimo anno e mezzo il commissario Roberto Serra? E soprattutto: dove lo ritroviamo?
Per noi è passato poco più di un anno, per Roberto ne sono passati cinque. Come se si fosse addormentato nel 1995 e risvegliato nel 2000, dopo un capodanno così evocativo (cambio di anno, secolo e millennio) che, nei fatti, non ha poi cambiato nulla. Ha lasciato Case Rosse e l’Appennino “sospeso” tra Modena e Bologna, e si è trasferito a Termine, in Veneto, nelle colline dove si produce il prosecco. Termine, più che un paese, è un incrocio in mezzo a un mare di vigneti. Quattro case, tre strade, una chiesa con il campanile staccato e un cimitero sul retro, un ristorante: dove Roberto, alla sera e in incognito, sfoga la propria passione per la cucina. La sua vera occupazione, ora, è nella Questura di Treviso, come capo dell’Ufficio Immigrazione. E anche il resto della sua vita scorre apparentemente tranquillo: Alice viene a trovarlo nei fine settimana e non ha più visioni angosciose perché finalmente un medico gli ha prescritto le pastiglie giuste. Una tranquilla vita di provincia. Fin quando una ragazza punk, alle soglie dell’anoressia, con un’improbabile capigliatura (mezzo cranio rasato, mezzo rosa shocking) lo strattona fuori dalla propria area di comfort e lo butta a forza, di nuovo, in un’indagine terribile. Forse la più dura della sua vita.

Quando sei venuto alla Libreria All’Arco per presentare “Venti corpi nella neve”, ci hai raccontato le ricerche storiche che avevi fatto per costruire quel romanzo. “Io sono lo straniero” ha comportato lo stesso tipo di fatica?
L’idea di “Io sono lo straniero” è nata a Dachau, un luogo che trasuda sofferenza per il suo solo esistere: resta infatti poco del campo di sterminio. Lì ho capito che i conti con gli orrori della Seconda Guerra Mondiale erano ancora aperti. Me ne sono andato con l’idea di scrivere una storia sui campi di sterminio. Ecco, di quell’idea resta solo la citazione di “Se questo è un uomo” in epitome. E’ stata proprio la lunga ricerca storica condotta che mi ha aperto un abisso di orrori: i campi di sterminio erano il risultato di teorie filosofiche e di pratiche abominevoli nate prima di loro. E quegli orrori non si sono esauriti nell’esperienza del Terzo Reich. Esistono anche oggi individui che si professano superiori ad altri per puro diritto di nascita e che vorrebbero eliminare quelli che considerano inferiori. Il titolo si spiega proprio per questa ragione: vorrei che ogni lettore, prendendo in mano il romanzo, pensasse di essere uno straniero. Perché, prima o poi, tutti lo siamo.

Da Fanucci a Mondadori è stato sicuramente un bel salto. Quali sono le sensazioni legate all’approdo al più importante editore italiano?
Per me anche l’esperienza in Fanucci è stata entusiasmante. Un editore così importante che ha creduto in “Venti corpi nella neve”: è il sogno di ogni esordiente. Mondadori, e la collana Omnibus in particolare, riempiono buona parte della mia libreria. Quando Giulia Ichino, responsabile della narrativa italiana Mondadori, mi ha raccontato il progetto per Roberto Serra (un progetto ambizioso, di ampio respiro) mi sono luccicati gli occhi. Abbiamo fatto un lavoro di cesello con lei e con l’editor Mario De Laurentiis che, come dico nei ringraziamenti, mi ha aiutato a tirare a lucido il romanzo. Sono un uomo fortunato, devo dirlo una volta di più.

Quali sono state, secondo te, le ragioni del successo di “Venti corpi nella neve”? Quali corde è riuscito a toccare nell’appassionato di gialli?
Io credo che il giallo sia un genere multiforme, malleabile. “Venti corpi nella neve”, e anche “Io sono lo straniero”, vestono di giallo vicende storiche tremende. Regalano qualche ora di intrattenimento e, forse, qualche minuto di riflessione. Soprattutto, sono scritti con il cuore. E questo è quello che, forse, i lettori hanno apprezzato di più.

Che libro hai sul comodino? Quali sono i titoli più interessanti che hai letto ultimamente? E soprattutto: qual è lo scrittore di gialli che ti piace di più?
Ho un sacco di libri sul comodino, come sempre. In particolare ho diversi volumi storici per preparare la terza avventura di Serra, ma di questi non parlo! Le mie (tardive) scoperte recenti sono Friedrich Dürrenmatt, Kurt Vonnegut e Jean-Claude Izzo, dei veri maestri. Scrittori di thriller? Me ne gioco tre: Michael Connelly per il suo Harry Bosch, Stephen King perché il primo amore non si scorda mai e Loriano Macchiavelli, un modello (letterario e umano) per tutti noi che proviamo a fare gli scrittori di gialli in Italia.

Sulla carta d’identità, alla voce “Professione”, compare SCRITTORE?
Assolutamente no. La scrittura è una “passionaccia” che che sfogo dalle 5 alle 7 del mattino. Poi, dalle 8 alle 20, mi dedico alla mia vera professione: la comunicazione d’impresa.

Cosa hai fatto martedì 26 marzo, il giorno dell’uscita di “Io sono lo straniero”?
Ho aperto una buona bottiglia e ho trascorso più tempo possibile con mia moglie Sara e Alessandro, il nostro primo figlio, nato a febbraio. Forse è merito suo se, questa volta, sono molto più rilassato.