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Il “Diavolo”, il Vescovo, il Carabiniere

Antonio Bernardi ripercorre, basandosi su fonti giudiziali e giornalistiche, il dopoguerra reggiano e i tragici eventi che crearono attorno al PCI un diffuso alone di sospetti di correità o di ignavia. L’analisi è condotta con determinazione e senza aprioristici condizionamenti, svelando comportamenti e scelte di tutti i soggetti coinvolti nelle vicende descritte.

Lo spazio più consistente è riservato – anche per la sua centralità nelle indagini che si sono sviluppate nei primi dieci anni del dopoguerra, trovando nuovi sviluppi negli anni Novanta – all’omicidio di don Umberto Pessina e al controverso ruolo che hanno assunto, nel definire i colpevoli di tale delitto, il vescovo di Reggio e il capitano dei Carabinieri Pasquale Vesce. Ma l’analisi riserva larga attenzione anche ad altri quattro omicidi che, senza apparente connessione fra loro, insanguinano in quegli anni la terra reggiana e cioè l’omicidio dell’ingegnere Vischi, del capitano Mirotti, dell’avvocato Ferioli e del sindaco Farri. Lo svolgersi dei fatti, e il loro ripercuotersi sull’immagine del PCI di allora (a livello locale e nazionale) e sul lascito morale della Resistenza, induce l’autore a scavare negli atteggiamenti e nelle decisioni dell’apparato dirigente del PCI reggiano del tempo. Da tale indagine emergono reticenze e contrasti sia tra coloro cui era affidata la conduzione del partito, sia tra i rappresentanti più significativi della lotta partigiana. Non è un caso, infatti, che il volume riporti, nella parte conclusiva, la cronaca del delitto dell’ex partigiano Robinson, avvenuto nel 1961, ma anche una postilla che richiama l’attenzione sulla figura e sull’operato di Didimo Ferrari, detto Eros.

L’intera trattazione è dominata dall’iniqua condanna che colpisce il sindaco Germano Nicolini nel 1947, che gli costerà dieci anni di carcere e la successiva emarginazione dall’attività politica, fino a giungere alla sua riabilitazione nel 1994 per un provvidenziale quanto inaspettato accidente che trova la sua origine nel provvido “Chi sa parli” di Otello Montanari del 1991. E, con Nicolini, due sono le figure – unite a quelle di altri comprimari, coscienti o indotti – che hanno maggior spazio nella ricostruzione di Bernardi: il vescovo Socche e il capitano Vesce, il cui apporto nell’indirizzare le indagini non è meno sconcertante di quello fornito dalla magistratura coinvolta.

L’indagine di Bernardi, svolgendosi su un arco di tempo che interessa cinquant’anni della storia politica e giudiziaria di Reggio Emilia, ha il pregio di trasferire sul piano della narrazione fatti ed eventi storici che ancora necessitano di essere definiti, consentendo di valutare con proprietà di riferimenti un capitolo difficile e tuttora parzialmente inconcluso del dopoguerra reggiano. Affidandolo alle nuove generazioni, perché siano coscienti del patrimonio di cui possono fruire per lascito di quanti hanno combattuto e sofferto per la libera e civile convivenza.

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One Response to Il “Diavolo”, il Vescovo, il Carabiniere

  1. gilober@gmail.com says:

    dalla lettura della recensione devo fare alcune considerazioni:il libro di Nicolini,il libro di Montanari,il libretto di
    Parmiggiani,il libro di Del Bue e ultimamente il libro di Bernardi sono il riflesso dei libri del Partigiano Baraldi,
    (medaglia d'oro arrestato quando era segretario della camera del lavoro) che attraverso i suoi scritti risalenti
    al 1975,1985 1986 ha generato il chi sa parli,il ritrovamento dei morti al Cavoun,e fatto emergere la verità
    a favore dell'immagine della resistenza…

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