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Casa d’altri

“Casa d’altri” è il racconto lungo per cui è per lo più conosciuto Silvio D’Arzo. Rimasto sul tavolo dell’autore alla sua morte, subì infelici interventi da parte del curatore testamentario, per cui è risultato fondamentale il recupero del testo originale approntato nell’edizione critico-genetica di Stefano Costanzi, qui contenuta.

L’ultimo racconto portato a termine da Silvio D’Arzo è anche il primo ascrivibile appieno alla sua maturità letteraria, con esiti assai maggiori rispetto agli altri suoi. Questo testo, che le successive rimanipolazioni di D’Arzo hanno sempre più ridotto, asciugato e levigato, è l’emblema della sua reticenza e rappresenta in maniera misteriosa e potente l’intima natura e l’essenza di questo scrittore.

Della voce narrante di “Casa d’altri” il lettore non sa quasi nulla, se non che è un prete con un corpaccione da Falstaff, intorno alla sessantina. E la vecchia lavandaia Zelinda, che fa una vita simile a quella della sua capra, tace e di lei non si scorge nemmeno l’espressione del viso fin quasi alla fine del racconto, quando si decide a domandare al prete “se in qualche caso speciale, tutto diverso dagli altri, senza fare dispetto a nessuno, qualcuno potesse avere il permesso di finire un po’ prima”.

Intorno al dramma di questo interrogativo, ai silenzi e alle reticenze dei due personaggi, D’Arzo costruisce una poetica e inquietante metafora della solitudine di ciascun essere umano, destinato, in un modo o nell’altro, a vivere in “casa d’altri”.

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